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Gli ultimi messaggi del Forum

Capelli, lacrime e zanzare - Namwali Serpell

Il libro è strutturato in capitoli dedicati ognuno ad un personaggio della saga familiare. Tre personaggi daranno avvio al libro e i loro discendenti proseguiranno fino ad incrociare le loro storie. La lettura scorre velocemente se non per alcuni passaggi forse un po’ ridondanti; alcuni episodi e situazioni sono un po’ bizzarri, ma nascondono il pensiero dell’autrice che dipinge un mondo di contrasti colorato di emozioni sempre vissute intensamente da ciascun personaggio. Penso che il romanzo sia più interessante per le capacità dell’autrice che per la trama.

L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin : una riflessione su musica colta e modernità / Alessandro Baricco ; con una postfazione di Carlo Boccadoro

"Una volta ho scritto un libro e l'ho intitolato L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin. Da allora ricevo con modesta, ma inossidabile regolarità cartoline dal Wisconsin. Me le spediscono certi lettori, matti, che passano di là. Generalmente rappresentano pascoli pieni di mucche. Ce n'è una, la mia preferita, che sulla sinistra ha una bandiera americana, e sulla destra un bel primo piano di tre mucche. Del Wisconsin, naturalmente: bianche a chiazze nere, faccia simpatica. Mi è anche accaduto, una volta, di ricevere un depliant che illustrava i pregi della mozzarella del Wisconsin. E poi mi è accaduto, oggi, di ricevere un'Ansa sulle mucche del Wisconsin: dice che le hanno clonate, o almeno, ne hanno clonata una, sta bene e saluta. Ci sono rimasto. Il fatto è che col tempo uno si affeziona. Voglio dire: anche se non ne ho mai vista una in carne e ossa, io ormai una certa consuetudine con quelle mucche ce l' ho. E' come avere un gruppo di vecchie zie che vivono in America.
Tra l'altro gli devo una cosa di una certa importanza. Ho smesso di fare il critico musicale a causa loro. Nel senso che avevo letto una frase assassina, da qualche parte, e cioè che l'Università del Wisconsin aveva studiato le suddette mucche e aveva concluso che se gli facevano sentire musica sinfonica, quelle producevano il 7,5% di latte in più."
Così scrisse Baricco su Repubblica dell’otto agosto 1997.

Il titolo del breve saggio, sicuramente curioso, si spiega con la doppia citazione in esergo. Hegel ritiene che la musica elevi "l’anima al di sopra di se stessa", e uno studio dell’università di Madison afferma l’ascolto di musica classica aumenti nelle mucche del 7,5% la produzione di latte. Sembra un accostamento stridente e irriverente, ma non casuale. La tesi che Baricco vuole dimostrare, riguarda la dicitura di musica colta, ormai divenuta uno stereotipo depauperato dell’originario significato e della peculiare funzione sua. "Se si chiedesse alla gente, alla gente dei concerti, cosa mai distingua la musica colta da quella popolar-leggera […] è facile presumere che la gente metterebbe a fuoco alcune argomentazioni-base del tipo “la musica colta è più difficile, più complessa” oppure “la musica leggera è un fatto di consumo e basta, quella classica invece ha un contenuto, una natura spirituale, ideale” (p. 16-17). Tale risposta si radica nella rivoluzione musicale compiuta da Beethoven che generò un concetto di musica che prima non esisteva. (p. 20), in virtù del modo insolito di procedere nella composizione, alieno dalle logiche di mercato, e della complessità dei testi, non facilmente fruibili da un pubblico medio.
Secondo Baricco, se pensiamo alla musica colta attribuendole esclusivi caratteri di spiritualità, complessità e non commerciabilità, procediamo a una sorta di sua santificazione dove cova il profilo chiarissimo della truffa pura e semplice (p. 21), in quanto l’ascoltatore viene introdotto in un luogo separato dalla quotidianità, fuori dal presente.
Le due parole-chiave del saggio sono: mercificazione e la spettacolarizzazione, in accezione sia negativa che positiva. In primo luogo, Baricco critica la sacralizzazione della musica colta, cioè classica, seria, nata con Beethoven, superiorità che si riassume nelle parole cuore, spirito, verità. Ma l’urto con la modernità può implicare anche aspetti positivi: l’opera risulta sfigurata, ma diventa qualcosa di nuovo, una figura del moderno e non più una semplice icona ereditata e immutabile: all’ideale delle fedeltà all’opera occorrebbe sostituire il valore dell’interpretazione, anche se non sempre facile perché l’opera che giunge a noi, è una costellazione di orme originali e aggiunte. Diventa di vitale importanza un lavoro di continua interpretazione per definire la validità dell’arte non secondo principi d’autorità, ma in virtù di un rigoroso lavoro ermeneutico non vincolato a priori da uno specifico ed esclusivo repertorio: ogni espressione musicale merita considerazione, mentre l’attribuzione di valore non potrà che essere il risultato dello studio dell’opera, con caratteri di reversibilità come accade per altre manifestazioni artistiche, dalle opere figurative al teatro.
Con l’avvento della modernità, le idee si polverizzano e i valori come progresso, trascendenza, verità, spiritualità cambiano inesorabilmente, nel grande spettacolo collettivo, sublime e grottesco, come fu intuito con abilità nel sinfonismo di Gustav Mahler e nel teatro musicale di Giacomo Puccini. E cogliere la spettacolarità delle opere d’arte, secondo Baricco, è l’unico modo di restituirle al nostro tempo: infatti, esse non si possono più fare, semplicemente accadono.
In questo consiste l’utilità e la genialità del saggio di Baricco: indurre chiunque ascolti musica, a riflettere in tutta onestà intellettuale, a seguito di esauriente ricerca, senza limitarsi a luoghi comuni a costo di mettere in discussione giudizi convenzionali o formulati da mostri sacri. L’autore, che disse di sé: "In generale a me piace il tratto individuale, soggettivo, autoriale. Amo scrivere libri che non siano semplici studi su una materia, ma cronache di una ricerca su una materia", si propone come una sorta di ponte tra quanti si reputano sacri e quanti venivano reputati profani. È ancora da dimostrare l’idea secondo cui chi sia cresciuto ascoltando Chopin sia migliore di chi ha ascoltato Sting. L’analisi di Baricco, tecnicamente ineccepibile e non esente da passaggi ironici tipici dei suoi momenti di stizza, è espressa in un linguaggio profano, chiaro e consequenziale, sicuramente appassionante per chiunque si interessi alla musica con disponibilità a conoscere e libertà da pregiudizi, in virtù dei numerosi riferimenti filosofici, dell’adozione di una lingua poetica mista al parlato, del rimescolamento del basso e del sublime, del ricorso all’aforisma inteso come saggio concentrato, riflessivo, interrogativo, mai definitivo e conclusivo. Baricco è infatti convinto che la forza di tutti gli aforismi stia nello "scardinare l’immobilità del pensiero attraverso il potere acuminato e fragile dell’intuizione".

Legami di sangue - Emiliano Bezzon

La vicenda narrata unisce gli elementi tradizionali del giallo di indagine poliziesca – omicidi che in apparenza sembrano suicidi e dunque più impegnativi per gli investigatori; sparizione di persone, poi ritrovate cadaveri – con situazioni problematiche di attualità socio-politica, come le questioni di immigrazione clandestina, lavoro nero o sottopagato, sfruttamento di minori avviati a traffici illeciti o alla prostituzione.
L’attenzione dell’autore, dunque, senza mai trascurare notazioni di carattere generalmente esistenziale e puntuali definizioni topografiche dell’ambientazione, è diretta alla soluzione del caso per opera della psicologa detective Giorgia del Rio, che trova proficua intesa con la Capitano dei Carabinieri Doriana Messina e con Cristina Cartagni, anatomopatologa, sempre sperduta per terra e per mare (pag. 93). Le tre donne sono accomunate da una spiccata sensibilità per la condizione umana dei derelitti ed emarginati a cui restituire , almeno da morti, un minimo di dignità umana.
Le indagini procedono parallele e complementari in virtù dell’intesa e dello spirito di collaborazione delle tre amiche: è sufficiente una richiesta allusiva, un breve messaggio d’aiuto perché ciascuna sappia come agire, come affrontare dubbi e difficoltà e, soprattutto, come colmare il senso di incertezza nei giorni in cui sembra prevalga lo scoramento di uno stallo inconcludente nelle indagini. Giorgia e Doriana non risparmiano tempo e fatica, al punto che in certe sere gli occhi si chiudono di schianto (pag. 152). Ma l’amicizia e la complicità alleviano le tensioni, anche quando le protagoniste sono lontane. E in questo sta un altro aspetto interessante del romanzo: l’ambientazione tra Valsolda, Milano e Torino, è connotata da precisione topografica che favorisce l’immedesimazione del lettore nella conduzione delle indagini e nella ricostruzione dei fatti. Bene si coglie il diverso contesto naturalistico ed esistenziale dei paesi del lago (Valsolda è così: nemmeno la conosci, poi ci capiti una volta e vorresti tornarci sempre, magari per restarci, in una delle bellissime case bagnate dalle paciose onde del lago Ceresio, come quella in cui visse Antonio Fogazzaro… pag 13), rispetto a quello urbanizzato di Milano e Torino. Quest’ultima città è una scoperta per Giorgia, che comprende ben presto perché alcune sue conoscenze, pur lavorando a Milano, avevano deciso di prendere casa a Torino… (pag. 106), anziché continuare a vivere nel vortice frenetico di Milano…sembrava davvero di stare dentro a un film o a un romanzo (pag. 187).
Quando poi si tratta di gravi questioni problematiche, come quelle connesse alla presenza di immigrati in condizioni lavorative spesso prive di sicurezza e condizionate da ricatti e vendette, Milano è in tutto simile a Torino; anzi, nemmeno i luoghi idilliaci di Valsolda offrono garanzie di protezione e salvezza. Su tutta la vicenda aleggia l’operato di Lukse, alias avvocato Giorgio Clerici, che gestisce la tratta dei ragazzi dall’Albania all’Italia (pag. 195). Figura spregiudicata, senza remore etiche o scrupoli morali, Lukse è spietato e i suoi, per soldi, possono fare qualsiasi cosa (pag. 196), non è altro che Ilmi, la cui vicenda è narrata nel prologo, e solo nel capitolo 45 il cerchio si chiude nella fosca trama dello spirito di rivalsa che lo divora: spietato boss albanese del lavoro nero, della tratta di ragazzini e di qualsiasi cosa gli facesse guadagnare soldi senza alcuno scrupolo e in spregio a ogni regola….. niente gli placava la rabbia che lo divorava: non i soldi, non le dinne, non la coca…nemmeno il sangue. (pag. 208).
Per tutti questi elementi contenutistici, il romanzo non è un banale noir: il significato stesso del titolo che costituisce il filo rosso di tutta la vicenda, diventa pienamente comprensibile solo negli ultimi capitoli, così che anche il lettore si ritrova nel ruolo di co-protagonista nelle indagini, impegnato nell’accostamento dei molti tasselli che alla fine assumono l’evidenza di un quadro compiuto nella drammaticità di un intreccio, in apparenza privo di clamorosi colpi di scena, ma di fatto intessuto da legami tanto indissolubili da suscitare l’illusione di poter contrastare il male operando altro male, in una spirale senza fine in cui chi fu perseguitato diventa persecutore.

Il taglio del bosco ; Rosa Gagliardi ; Le amiche / Carlo Cassola ; introduzione di Giorgio Bassani

Protagonisti della vicenda narrata sono cinque boscaioli, impegnati su un monte della Maremma toscana nell’abbattimento selettivo di alberi, sotto la direzione del trentottenne Guglielmo, che ha ottenuto il diritto per eseguire i lavori lungo l’arco di un’intera stagione lavorativa, comprendente autunno e inverno.
I taglialegna sono presentati nella loro quotidianità lavorativa, intessuta anche da momenti di condivisione durante la cena, le partite a carte, i racconti fantasiosi del più loquace del gruppo, ma è il non-detto che attrae il lettore, in particolare dal personaggio di Guglielmo, la cui esistenza è condizionata dolorosamente dalla morte della moglie, avvenuta solo tre mesi prima: in particolare, si convince che ella pareva volesse confidargli qualcosa, ma senza esprimersi esplicitamente. Il suo dolore si ripresenta nei momenti più impensati, nonostante la fatica del lavoro, alimentato anche dal pensiero delle due figlie, lasciate in paese e affidate alla custodia alla sorella. Discutendo con i compagni, Guglielmo partecipa alla vita del gruppo, e scopre che anche gli altri soffrono preoccupazioni, ma nessuno di fatto riesce a esprimere le proprie sensazioni con parole adatte al proprio stato d’animo, forse per ritegno e riservatezza, o forse per mancanza di risorse verbali ed espressive.
Giorgio Bassani scrive nell’introduzione al testo, che nel romanzo di Cassola vige la poetica in base a cui nulla veramente accade che possa essere raccontato, e ogni sentimento, per quanto profondo e doloroso sia, in realtà è ineffabile. Proprio questa è l’essenza del messaggio di Cassola: l’impossibilità di condividere a parole il proprio dolore, che è ineluttabile. Guglielmo è consapevole della necessità di superare la difficile situazione contingente, e tenta una disperata reazione alle afflizioni che il lutto gli infligge, ma è ostacolato da impedimenti inevitabili nel lungo percorso di elaborazione: disperazione, tristezza, riflessioni intorno all’amarezza di un’esistenza segnata dalla irreparabile perdita, fino a sperimentare il desiderio di morte. Nemmeno nel ricordo della felicità passata prova consolazione, anzi: si acuisce la pena interiore tanto più opprimente quanto più inespressa. A parte un isolato momento di svago giocando a palle di neve, tutta la sua esperienza rimane circondata da un velo di oscurità interiore: avrebbe potuto consolarsi pensando che, malgrado tutto, dieci anni della sua vita era stato felice: ci sono delle persone a cui non tocca un giorno di felicità nella vita! Ma in effetti per Guglielmo quei ricordi non erano piú belli, non gli causava piú piacere richiamarli alla memoria. Era stata una felicità menzognera la sua, una felicità fondata sull’ignoranza e sull’inganno. Gli anni che sembravano i piú belli della sua vita, avevano invece preparato la sua sventura. (pp. 75-76)
Se il passato è irrecuperabile, e il presente tanto doloroso, l’avvenire non comporta per Guglielmo attrattiva alcuna: per questo, vorrebbe arrivare al nulla: sentire nulla, avere nulla, far passare gli anni e ritrovarsi più vicino alla morte. L’unica possibilità consiste nel lavorare incessantemente, o dormire molto per non poter pensare: Quando Guglielmo sentiva il sonno venire, era contento, perché per qualche ora sarebbe stato liberato da ogni pensiero, e perché un altro giorno era passato. (p. 60).
Quando Guglielmo viene colpito da una forte febbre, simile a quella subìta dalla moglie prima di morire, nel delirio rivive gli ultimi momenti della moglie, abbandonandosi anch’egli al desiderio di morire. Tuttavia pensa a Fiore che, pur rimasto completamente solo dopo aver perso l’unico figlio, continua a vivere con coraggio. Guglielmo allora si riprende, convinto di essere più fortunato di Fiore, grazie alle sue due bambine.
A conclusione del taglio, il protagonista torna al paese d’origine, si reca alla tomba della moglie Rosa, pregandola perché gli permetta di placare i suoi turbamenti nella rassegnazione, ma la conclusione della vicenda non si apre alla speranza, né alla retorica soluzione di un riscatto. Nel finale, Guglielmo è disperato, steso per terra; quando si rialza, in seguito all’incontro con un personaggio ignoto, guarda in alto, chiedendo alla moglie defunta consolazione, ma il cielo si mostra privo di stelle: nemmeno la natura salva l’uomo, solo vuoto.
Natura boschiva e dilemmi esistenziali: sono questi i due filoni narrativi del romanzo breve, ma colmo di riflessioni, spesso implicite, che Cassola offre al lettore. I passaggi naturalistici non sono mai convenzionali né banali: se non mancano aperture contemplative e quasi idilliache, predominante rimane la dimensione del dominio umano sul bosco, soggetto a tagli predisposti secondo criteri di salvaguardia e benessere per il bosco stesso, ripulito e aperto più ampiamente ai benefici agenti atmosferici, e per gli uomini che di quel legname vivono. In apparente paradosso, Cassola allude a una verità inestirpabile dalla esistenza animale e vegetale: condizioni di vita migliori si ottengono attraverso la sofferenza, che pure incute timori e smarrimento. Tali stati d’animo, però, se restano vincolati ai limiti contingenti, diventano oppressivi, annichiliscono energie vitali e conducono al nulla di una morte considerata fine di tutto, un abisso di spaventoso vuoto.
Sono questioni trattate nel corso dei secoli, in diverse modalità dalla cultura filosofica, letteraria e artistica, di àmbito sia laico sia religioso, questioni incentrate sul concetto di speranza che non può essere scisso da due condizioni fondamentali nella realtà umana: dolore e amore. Se per Leopardi la speranza nasce dalla disperazione stessa, e per Kierkegaard la speranza è la passione del possibile, per Sant’Agostino è memoria del futuro, in quanto si può sperare solo ciò che non si vede (se speriamo quello che non vediamo, lo aspettiamo con perseveranza), ciò che si attende, ma nel rigoroso discernimento dei vari generi di speranze. Quelle volgari, legate solo alla dimensione terrena, non riusciranno mai a soddisfare l’animo dell’uomo, perché ricevendo ciò che sperava, non si sente appagato, anela ad altro, in una successione infinita di attese e delusioni. Allora, se è giusto riporre speranze, ad esempio, nei figli e nei figli dei figli, proiettando pensieri e sentimenti nel futuro, sarebbe non solo riduttivo, ma anche rischioso eludere la dimensione metafisica che assume il valore di legge etica per il laico e per il credente di fede in Dio, prova delle cose che non si vedono – per citare ancora Sant’Agostino.

Elogio della mitezza e altri scritti morali / Norberto Bobbio

L’elogio della mitezza, pubblicato per la prima volta nel 1994, ampliato nel 1998, riedito nel 2014 in occasione del decennale della scomparsa di Bobbio, è una silloge di saggi preziosi per chiunque sia attento e interessato alle attuali questioni etico-politiche, tanto articolate e complesse da suscitare dibattiti controversi, ai quali è doveroso partecipare secondo le responsabilità di ciascuno, a patto che non manchino competenza e serietà culturale. E in questo volume il lettore trova riferimenti, concetti, spunti di riflessione di notevole profondità, in virtù della lucida e rigorosa analisi filosofico-politica condotta da Bobbio.
Prima di tutto, l’autore spiega il motivo della sua predilezione per la mitezza, riportata nella sfera dell'agire pubblico, e associata alla ricerca della giustizia. Scrive Bobbio: Nel versetto delle beatitudini (Matteo 5,5) che in italiano suona “Beati i miti perché erediteranno la terra“, il testo latino della vulgata ha “mites“ e non “mansueti“. [...] “mansueto“, almeno originariamente, è detto di animali e non di persone, anche se poi in senso traslato si dice anche di persone. [...] Direi che la mitezza vada più in profondità. La mansuetudine sta più alla superficie. O meglio, la mitezza è attiva, la mansuetudine passiva. Ancora: la mansuetudine, virtù individuale, la mitezza, virtù sociale. Sociale proprio nel senso in cui Aristotele distingueva le virtù individuali, come il coraggio e la temperanza, dalla virtù sociale per eccellenza, la giustizia, che è disposizione buona rivolta agli altri (mentre coraggio e la temperanza sono disposizioni buone soltanto nei riguardi di se stessi). [...] la mitezza è invece una disposizione d’animo che rifulge solo alla presenza dell’altro: il mite è l’uomo di cui l’altro bisogno per vincere il male dentro di sé.

La mitezza consiste nel lasciare essere l’altro quello che è.
Bobbio introduce poi la distinzione tra virtù forti e virtù deboli. Le prime (tra cui il coraggio, la fermezza, la generosità) sono virtù “regali”, aristocratiche, virtù pubbliche. Le virtù deboli (come l'umiltà, la moderazione, il pudore e, appunto, la mitezza) sono piuttosto virtù proprie dell'uomo privato, dell'insignificante, dell'inappariscente, di chi nella gerarchia sociale sta in basso, non detiene potere su alcuno, talora neppure su se stesso.
Tra tutte, la mitezza è virtù per eccellenza, da praticare anche in politica: Amo le persone miti, perché sono quelle che rendono più abitabile questa “aiuola”, tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantastica e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, dove regna una giustizia tanto rigida e severa da diventare insopportabile, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale.
Sono parole controcorrente ai nostri giorni, connotati da preoccupanti manifestazioni quotidiane di violenza, aggressività, supponenza che inducono a considerare gli altri solo come avversari da prevaricare, se non da eliminare, e a ritenere vergognosa debolezza qualsiasi atteggiamento ispirato a mitezza.
Nel definire il concetto di mitezza quale virtù civica, Bobbio specifica: opposte alla mitezza, come la intendo io, sono l’arroganza, la protervia, la prepotenza, che sono virtù o vizi, secondo le diverse interpretazioni, dell’uomo politico. La mitezza non è una virtù politica, anzi è la più impolitica delle virtù. In una accezione forte della politica, nell’accezione machiavellica o, per essere aggiornati, schmittiana, la mitezza è addirittura l’altra faccia della politica…Anzitutto la mitezza è il contrario dell’arroganza, intesa come opinione esagerata dei propri meriti, che giustifica la sopraffazione…a maggior ragione la mitezza è contraria alla protervia, che è l’arroganza ostentata…la virtù ostentata si converte nel suo contrario. Chi ostenta la propria carità manca di carità. Chi ostenta la propria intelligenza è in genere uno stupido… A maggior ragione la mitezza è il contrario della prepotenza…la prepotenza è abuso di potenza non solo ostentata, ma concretamente esercitata.
Questa virtù affonda le proprie radici nei concetti di medietas, di aurea mediocritas elaborati da filosofi e poeti latini, da Cicerone, al poeta Orazio, al filosofo Seneca fino agli imperatori intellettuali come Adriano e Marco Aurelio. Ecco il motivo per cui Bobbio parla della mitezza come una scelta storica, una reazione propositiva rispetto alla visione di una società violenta. E parla un linguaggio pacato, lucido e rigoroso, alieno dai toni impositivi e dogmatici: Di fronte ai grandi problemi mi ritengo un uomo del dubbio e del dialogo. Del dubbio, perchè ogni mio ragionamento su una delle grandi domande termina quasi sempre, o esponendo la gamma di possibili risposte, o ponendo ancora un’altra grande domanda. Del dialogo, perchè non presumo di sapere quello che non so, e quello che so metto alla prova continuamente con coloro che presumo sappiano più di me. Questo orientamento favorisce il coinvolgimento del lettore, che si sente chiamato a una riflessione condivisa con i maestri del pensiero e con altri lettori sensibili alle problematiche trattate, senza presunzione di autoreferenzialità.
Il rapporto tra morale e politica è stato ampiamente discusso nei secoli, ma ha assunto un’importanza spinosa con Machiavelli, Hobbes, Kant, configurandosi a volte come dualismo, a volte come unità concettuale, altre ancora come entità diametralmente opposte e contraddittorie.
Secondo Bobbio, l’uomo politico, nel significato etimologico del termine, cioè di uomo della polis, non può non agire e pensare eticamente, non può assumere decisioni anticipando i propri interessi a quelli della collettività. Invece, poiché nella realtà fattuale accade il contrario, Bobbio propone la mitezza come antidoto alla politica distruttiva e come presupposto per un mondo migliore, in quanto la mitezza è un modo di essere verso l’altro, una donazione senza limiti (in questo consiste la differenza rispetto alla modestia e all’umiltà, che sono una disposizione verso se stessi, e rispetto alla tolleranza che ha sempre limiti obbligati e prestabiliti).
Di fondamentale importanza è non equiparare la mitezza alla remissività: il remissivo è colui che rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione. Il mite, no: rifiuta la distruttiva gara della vita per un senso di fastidio, per la vanità dei fini cui tende questa gara, per un senso profondo di distacco dai beni che accedono la cupidigia dei più…il mite non serba rancore, non è vendicativo, non ha astio contro chicchessia…non apre mai, lui, il fuoco; e quando lo aprono gli altri, non si lascia bruciare, anche quando non riesce a spegnerlo. Attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità. Il mite è un uomo tranquillo, ma non remissivo…la mitezza non è nè sottovalutazione nè sopravvalutazione di sè, perchè non è una disposizione verso se stessi ma è sempre un atteggiamento verso gli altri e si giustifica soltanto nell’essere verso l’altro.

Il paese delle nevi / Yasunari Kawabata

La vicenda, lineare e semplice, si snoda in un luogo immacolato, uno scenario naturale talmente puro da sembrare irreale. Durante il soggiorno alle terme, Shimamura, ricco esteta che si diletta con l’arte teatrale ed il balletto, viene rapito da un turbine di suggestioni legate al paesaggio e vive una storia d’amore (forse mai iniziata): è onesto e gentile, ma ha una moglie in città che lo aspetta e l’amore improvviso nato per una geisha delle montagne lo indurrà ad abbandonare le illusioni che tali dovevano rimanere.
Komako è la ragazza che suona il shamisen meglio delle altre; geisha per pagare le cure di un uomo che non è mai stato suo fidanzato. È capace di tanta devozione e di notevoli gesti di generosità, ma non ha avuto fortuna nella vita. La geisha del piccolo borgo di montagna, ben diversa da quelle di Tokyo, si aggira coi pantaloni da montagna e di sera presta servizio negli alberghi.
Yoko, invece, è figura misteriosa, quasi impalpabile, che aleggia come un fantasma senza rivelare quasi nulla di sè, neppure negli istanti finali quando tutto è pronto a crollare lasciando intatta la Via Lattea nel cielo, come un ponte che non si riesce mai ad attraversare.

Una natura splendida intorno, riscatto da ogni turpitudine, luogo dove librare lo sguardo, abbandonare il cuore e in cui, alla fine, tutto si dissolverà in immagini filtrate attraverso un racconto finemente psicologico, dove tutto è anelito e desiderio, senza mai sfociare in una volgare quotidianità. Tutto si mantiene sotto una linea di apparente nitidezza e semplicità, desunta dalla cultura Zen. Apparente però: se si legge tra le righe, si scorgono immagini complesse, incresciose, angoscianti, in una tensione secondaria, sommersa, ma non silente. Le figure e lo sfondo non avevano alcuna affinità tra loro, e lo sfondo, vago nell’oscurità, si mescolavano in una specie di mondo simbolico, ultraterreno. Specialmente quando una luce spersa tra i monti brillava al centro della faccia riflessa della ragazza. Shimamura sentiva gonfiarsi il petto per quell’inesprimibile bellezza (pag. 15).

Mentre la Natura con semplicità e magnificenza esiste, l’uomo si sforza di vivere, ogni individuo a modo proprio; più volte torna nel testo il giudizio dell’ozioso Shimamura sullo sciupo di energie e lo sforzo inutile della geisha Komako, che scrive il suo diario, legge e ricopia i dati di tutti i libri letti, con estrema volontà affina da sola l’arte dello shamisen, e soprattutto s’impegna ad accettare e a volgere al meglio il destino d’ombra che le è toccato. Aveva una sensazione di vuoto per cui la vita di Komako gli pareva bella ma sciupata, anche se era lui l’oggetto del suo amore; eppure l’esistenza della donna, il suo sforzo per vivere, lo commuovevano come una pelle nuda. Aveva compassione di lei, e compassione di se stesso.
Anche la loro relazione è sempre minacciata dal fantasma dello sforzo inutile: nasce, langue e si protrae in continui ripensamenti, accessi febbrili, fughe, concessioni, sublimazioni, che sin dal primo incontro dei due amanti ne predicono la fine. Così come la prima, fugace apparizione dell’altra geisha, Yoko, e il ripetuto ricordare il tono triste della sua voce che la rende così unica e fascinosa, sono echi che giungono da un futuro troppo prossimo che la vedrà sfiorire. Infine, come le foglie d’acero e il loro rosso acceso, che colorano l’ultima visita di Shimamura a Komako nel paese delle nevi, cedono il posto alla neve e a un nuovo inverno, gli uomini e la Natura, pur con differenti consapevolezze, sono vittime della caducità delle cose.

Il Paese delle Nevi contiene in sé una notevole ricchezza di elementi stilistici: in primo luogo, la tecnica del flusso di coscienza è dilatata ai suoi estremi visionari: Kawabata si è mostrato più volte interessato alla psicanalisi e alle tecniche narrative che rappresentavano il fluire del pensiero, in particolare alle libere associazioni. Questo era in linea con i movimenti d’avanguardia, tesi alla liberazione dalla tirannia dei codici del linguaggio prestabiliti. La sintassi si fa breve, spezzata da continui capoversi, acuisce ancor più il senso di frammentazione e incertezza che la storia racconta. Evoca immagini e stati d’animo, accostati senza alcuna correlazione, spesso in modo illogico e ripetitivo. Anche questo espediente sembra voler ricreare il senso di caos, di vuoto, di un cosmo senza senso, non fine a se stesso, nell’intento di aprire la mente al vuoto per acuire una percezione più profonda e più partecipe della realtà.

Frequente è il ricorso alla tecnica delle epifanie per rivelare appieno l’essenza di una situazione o di un personaggio. L’origine delle descrizioni rivelatrici è radicata nella sensibilità spiccatamente giapponese, che induce l’autore a cogliere la bellezza, ma anche la caducità insita nei singoli eventi e oggetti dell’universo.
In questi tratti, cioè nell’epifania, nelle immagini non correlate, nella fusione dell’io nel tutto, diversi studiosi hanno sottolineato l'armonico intreccio tra elementi moderni e la sensibilità spirituale tradizionale e buddista. Kawabata è fortemente influenzato dalla religiosità giapponese, in un delicato equilibrio tra scintoismo e buddismo, in un rapporto privilegiato tra la contemplazione e l’assimilazione agli elementi naturali. La compenetrazione tra uomo e natura assume nella sua prosa un significato sacrale, quasi magico perché è in essa che l’animo umano si riflette, in un rapporto di forte empatia, raggiungendo visioni idilliache di se stesso. Da non sottovalutare è la digressione sul tessuto Chijimi per Kimono, il cui filo veniva filato nella neve, e la stoffa tessuta nella neve, lavata nella neve e imbiancata nella neve (pag. 126): tra metafore e descrizioni nostalgiche di tempi passati, ormai irrecuperabili, Kawabata Yasunari esprime il senso supremo della fine di tutto, della malinconia, della morte, come un panno steso sulla candida neve, nell’atmosfera di un Giappone dalla rara delicatezza e bellezza, secondo l’immagine delineata nel discorso pronunciato per il Nobel: “Io del bel Giappone” (tradotto da Maria Teresa Orsi: La bellezza del Giappone ed io (per curiosità: il secondo premio Nobel giapponese, Kenzaburo, nel 1994 intitolò il suo discorso L’ambiguità del Giappone ed io)

Lo scritto di Kawabata si apre con un omaggio alle poesie del maestro zen Dogen (1200-1253) che scrisse: In primavera i fiori di ciliegio / In estate il cuculo / In autunno la luna / E in inverno la neve / Limpida e gelida; e del monaco Myōe (1173-1232) che non si limita a descrivere la luna, ma si confonde con essa, immergendosi nella natura, in un tutt’uno con essa: Oh luna d’inverno / che appari e scompari fra le nuvole, / che illumini i miei passi / mentre vado e torno dal tempio,/ che mi liberi dalla paura dei lupi, / non ti pervade il freddo del vento,/ non avverti il gelo della neve?.

Kawabata sceglie queste poesie quale esempio di tenero e profondo sentimento di partecipazione dell’universo, come poesia che ha in sé la profonda delicatezza dell’animo giapponese. Neve, luna, fiori di ciliegio sono espressioni tipiche della bellezza universale e che includono anche le emozioni umane, perché l’emozione della bellezza risveglia sentimenti di simpatia e affetto verso le persone, nel desiderio di condividerne la gioia provata. Riferendosi alla cerimonia del tè scrive che lo spirito più profondo è nel pensare agli amici quando è il tempo della neve, della luna, dei fiori di ciliegio, in un’occasione perfetta in cui si incontrano gli amici: un incontro di sentimenti. Il professor Yashiro Yukio, esperto di arte orientale e occidentale,antica e moderna, (...) ha detto che una delle caratteristiche dell’arte giapponese puo essere sintetizzata in una sola frase poetica: Pensare agli amici quando e il tempo della neve, della luna e dei fiori di ciliegio.Quando vediamo la bellezza della neve, quando vediamo la bellezza della luna, in breve, quando apriamo gli occhi sulla bellezza dei singoli momenti nel corso delle stagioni e ne siamo sfiorati, quando abbiamo la fortuna di venire a contatto con la bellezza, allora pensiamo agli amici piu cari (...); insomma l’emozione della bellezza risveglia in noi la simpatia, l’affetto per le persone. In questo caso, penso che “amico possa essere letto in senso piu ampio, come “essere umano. Ancora, le parole che esprimono la bellezza dei singoli momenti nel corso delle stagioni, “neve, luna, fiori di ciliegio” per tradizione in Giappone sono diventate parole che indicano la bellezza di monti e fiumi, erbe e piante, di tutta la natura, dell’universo intero, e che includono anche le emozioni umane.

E se il tempo è cristallizzato, la vita umana scorre tra la vita e la morte, tra l’illuminazione ed il mondo difficile dei demoni: senza il mondo dei demoni non esiste il mondo del buddha.[…] È stato detto che le mie opere sono nichiliste, ma la parola occidentale nichilismo non è appropriata. Penso che le basi spirituali siano diverse. La poesia di Dogen si intitola Spirito originario, ma pur cantando la bellezza delle quattro stagioni è profondamente percorsa dallo spirito zen.
Scrivere della visione zen a questo punto è cosa del tutto naturale, nel mondo in cui non esiste il culto delle immagini ci si allontana dal sé e si entra nel regno del nulla. Il nulla è il vuoto in cui tutte le cose comunicano liberamente, è un universo dello spirito, infinito assoluto senza confini, senza limiti.

Continua poi nel percorrere le strade della pittura, dell’architettura dei giardini giapponesi fino alla concentrazione massima nel “bonsai”, dalla ceramica all’ikebana, l’arte di disporre i fiori, cristallizzando la descrizione di un tralcio di glicine che ispira la partecipazione emozionale, il sentimento conosciuto come mono no aware (物の哀れ), termine che significa letteralmente il sentimento delle cose e indica la consapevolezza della precarietà delle cose ed il lieve senso di rammarico che comporta il loro trascorrere. La forma verbale aware può essere tradotta come provare pietà o dolersi. Così, Yusunari Kawabata, lascia libero il lettore di fantasticare sulla sincerità dei sentimenti e la passionalità di personaggi nell’angosciosa ricerca di se stessi.

L'alba si portò via la notte / Laura Orsolini

Come quando si viaggia in lungo e in largo all'estero senza accorgersi dei bellissimi luoghi a due passi dalla propria abitazione, il rischio si nasconde anche dietro alle letture. Impegnati a leggere i grandi classici o i titoli più in voga del momento, si finisce per trascurare i più "provinciali" ma non per questo meno interessanti racconti della zona in cui si vive. E' il caso della biografia "L'alba si portò via la notte" di Laura Orsolini, che ripercorre il viaggio e il lungo soggiorno della gallaratese Teresa a Mogadiscio, all'epoca del fascismo, quando la Somalia era una colonia italiana. La storia, corredata anche di fotografie dell'epoca nell'ultima parte del libro, fornisce uno spaccato sulla vita di quel periodo, quando lasciare la propria famiglia e ricominciare da sola una nuova vita in un paese lontano chilometri e chilometri dalla propria cittadina sembrava una vera e propria impresa. Teresa però è una donna determinata e, non senza timori, si costruisce una famiglia e un'occupazione in un luogo che impara da subito ad amare: l'Africa. Apprezzabile anche l'uso del dialetto gallaratese in molti dialoghi (niente paura, c'è la traduzione sotto per chi non lo conoscesse), che crea un'atmosfera ancora più intima e vera. Una storia locale da consigliare!

Il tempo senza età : la vecchiaia non esiste / Marc Augé

Pavimento, schienale della poltrona, credenza. Con due agili balzi, la gattina che ha accompagnato l’infanzia di Marc Augé era in grado di dominare l’intero soggiorno dal suo punto di osservazione preferito. Con il tempo però, a poco a poco, le sue forze si sono affievolite: rinunciando alla credenza, ha preferito sistemarsi “ai piani bassi”, sulla morbida e più comoda poltrona, fino a quando è stata costretta ad acciambellarsi ai suoi piedi, non essendo più capace di saltare. Ma “costretta” è davvero il termine giusto? A parere di Augé, la gatta non sembrava dare troppo peso ai cambiamenti del suo corpo, anzi, quando lui un giorno ha tentato di aiutarla deponendola sulla credenza, è apparsa disorientata e desiderosa di raggiungere la sua nuova e più senile postazione più in basso, facendo capire all’autore di aver commesso una piccola gaffe in buona fede.
L’introduzione autobiografica con cui si apre il saggio “Il tempo senza età – La vecchiaia non esiste” di Augé si può già considerare la chiave di lettura di tutto il libro: la vecchiaia, o meglio, l’età, non esiste, è uno stereotipo creato dall’uomo, un perimetro che delimita la nostra vita, scomponendola in fasi, fasce e tappe e di cui invece il più spensierato gatto è completamente ignaro. L’animale diventa così la metafora della relazione che potremmo avere con il tempo senza essere vincolati dal concetto di età. Arrivato al momento in cui un ragazzo si alza per cedergli il posto sulla metropolitana, lo stupito e risentito Marc Augé si accorge di aver raggiunto quella che la società vede come una soglia di passaggio e sviluppa un’interessante e filosofica riflessione sul tempo che passa e su come le età della vita sono una pura creazione della mente umana.
Quello di Augé è un saggio curioso, anche se a una prima lettura può apparire complesso, soprattutto a chi non ha proprio un’indole da filosofo. È un libro da gustare a piccole dosi, con calma, ritagliandosi un momento per “diventare gli antropologi della propria vita”, per seguire il suggerimento dell’autore stesso, analizzandola al netto degli stereotipi e delle consuetudini imposte dalla società. L’età non esiste e perciò, bisogna ammetterlo, conclude Augé, paradossalmente “tutti muoiono giovani”.

Come foglie al vento - Riccardo Calimani

L’argomento è molto interessante e il libro permette di conoscere in maniera più approfondita gli eventi storici. Tuttavia la lettura non è scorrevole e la storia dei protagonisti non viene approfondita e viene trattata molto marginalmente. Il libro più che un romanzo storico è un saggio storico.