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Diceria dell'untore / Gesualdo Bufalino ; prefazione Paolo Valentino
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Bufalino, Gesualdo

Diceria dell'untore / Gesualdo Bufalino ; prefazione Paolo Valentino

Milano : Corriere della sera, c2003

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Utente 9473
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Pubblicata nel 1981, Diceria dell’untore - opera prima di Gesualdo Bufalino, già sessantenne, che narra l’esperienza autobiografica della degenza in un sanatorio palermitano dall’estate al novembre del 1946 – subito divenne un caso letterario, vincitore del Premio Campiello. Scritto in un linguaggio ricercato e difficile, traboccante di figure retoriche, a tratti emulo del barocco siciliano nella prosa arzigogolata, nuova, creativa definita “postmoderna” dai critici, disquisisce tematiche complesse come malattia, morte e lutto, ma anche amicizia, amore e speranza.
L’untore di manzoniana memoria, è una figura della finzione romanzesca, quasi mitologica, che non può esistere al di fuori di un racconto o di un romanzo: è un concetto, un’astrazione, un simbolo. E anche l’altro termine del titolo – diceria – rafforza questa impressione: nelle istruzioni per l’uso poste in calce al racconto, Bufalino spiega che «Diceria» vale racconto, dettato, monologo con in più un’insinuazione di scarsa credibilità, come di uno sproloquio mormorato all’orecchio.
Lo spaesamento del lettore, che immagina di trovarsi in un sanatorio siciliano, nel 1946, è provocato dall’avvertimento dell’autore: “Lettore, ti è mai capitato, stando in piedi sulla scala mobile di una Rinascente, di vedere i gradini che ti separano dalla piattaforma d’arrivo inesorabilmente assottigliarsi, e uno dopo l’altro nel loro guscio sparire? Così i giorni di quell’estate”. (incipit cap. XIV)
Il protagonista, dopo un periodo di isolamento nel sanatorio, frequenta altri ricoverati perché “era troppo vigliacco per morire a rate (pag. 22)”. L’amore per Marta, ex ballerina della Scala, ora rappresentante la quintessenza della malattia, sembra aprire spiragli di salvezza: la fuga dal sanatorio si rivela, però, “l’ultimo sorso di luce per Marta (pag. 118)”, che muore in un alberghetto vicino al mare. Rientrato in sanatorio, si salva solo il protagonista, che potrà tornare alla vita di tutti i giorni “per rendere testimonianza, se non delazione, di una retorica e di una pietà (pag. 133)”, in contrasto a “L’attesa della morte è una noia come un’altra e, che si nutre, di pompe più assai della morte stessa (pag. 36)”. Così è per tutti i personaggi: il direttore del sanatorio, il Gran Magro; altri malati tra cui Luigi il Pensieroso, Luigi l’Allegro, il fanciullo Adelmo, Sebastiano, suor Crocifissa, il Colonnello e padre Vittorio, cappellano del sanatorio, che rappresenta l'alter ego dell'io narrante, lacerato dal dissidio tra un radicato scetticismo e l'illusione di rivivere da eletto su di sé la passione di Cristo. E ciascuno esprime profonda saggezza popolare, attraverso le loro articolate riflessioni personali, incentrate sul binomio malattia-morte / salute-vita. Padre Vittorio tra i suoi pensieri riporta questo nel suo diario: “La morte è un taglialegna, ma la foresta è immortale (pag. 32)”. E Sebastiano dice: “Quando mi rubano tutto, voglio pure regalare qualcosa (pag. 74)”. E Marta pensa: “Un senso? Un senso a una forza? Io so soltanto che patisco una forza che peggiore non ce n’è. Avevo una vita, un viso. Mi tolgono questo e quello (pag. 60)”.
Per l'ambientazione scelta, il volto della malattia si moltiplica di continuo: medico, ballerina, bambino, prete, Cristo. Dio stesso è un corpacciuto animale ammalato di cui l'intero universo è solo la fastidiosa calcolosi, curabile solo per mano, forse, di un altro Ur–Gott, un archiatra più vasto e antico di lui.
Eppure la malattia è la metafora di un modo di rapportarsi alla vita: una malattia che è sinonimo di “imitatio Christi”: il malato è un segnato, vittima di uno stigma che tuttavia cerca di rivendicare il proprio status come uno stemma, che può diventare prerogativa di vita nuova.
La guarigione insperata dalla malattia è il tema centrale del romanzo: “E questo era bello: andarsene così a spasso con passi d’aria per montagne e pianure, clandestini senza biglietto, contrabbandieri di vita. Almeno finché la babilonia della luce non fosse tornata a proclamare sui tetti, per chi se stava dimenticando, che un altro giorno ci aspettava dietro l’angolo con la sua razione infallibile di dileggio e di pena. E sarebbe stato un giorno di meno, uno dei pochi rimasti (pag. 18)”. “Andare fra la gente, giù in città, portarsi addosso il cencio del corpo, questa somma insufficiente di lena e di sangue, in mezzo ai sani della strada, atletici, puliti, immortali (pag. 25)”.
In contrasto, con spiccati toni emotivi è delineato il clima decadente, di soave putrefazione, monotono e triste del sanatorio. La malattia rende tutto malinconico, mesto e pessimistico e solo l’inaspettata guarigione del protagonista attenua il senso della ineluttabilità della morte, segnata con drammatica evidenza sul volto del Gran Magro appena spirato: “Rimase così, con una sorta di ghigno, non perverso ma lieto, dipinto sul viso, un ghignetto che gli conoscevo, così vivido che mi ci volle tempo per capire che era finita, e che ogni minuto, a partire da quello, sarebbe stato uguale per lui: una catena uguale di meri minuti, un fiume senza sponde di identici, eterni, inaccaduti minuti (pag. 129)”.
Il protagonista è profondamente turbato, ma anche coinvolto in termini esistenziali nel contesto del sanatorio: “Com’è difficile stare morti fra i vivi: un astruso gioco d’infanzia è diventato, vivere, e mi tocca impararlo da grande (pag. 54)”. E questo è il messaggio del romanzo: ritornare a vivere, pur con timore e tremore, dopo aver familiarizzato con la morte: “Io avevo compiuto, un viaggio importante, ma ora era difficile capire se fra gli angeli o sotto terra; e se ne riportavo un bottino di fuoco o solo un poco di cenere sotto grigi bendaggi di mummia. Veni foras mi ordinai nel pensiero. Lazzaro, vieni fuori. E mi rituffai nell’aria di fuori, la sentii con riconoscenza aprirsi amica ad accogliermi, farmi posto dentro di sé, come la sabbia ad un corpo nudo (pag. 132)”.
“Ma siamo vivi? In questo istante sei vivo. Guarda la luce, come ti grida nelle pupille. Sei vivo e non è stupefacente? Qui e ora, nel buco d’aria che riempi col volume del tuo volto, e che possiedi tu solo nell’universo degli universi, non sei forse Dio? Questo è il miracolo, questo è il mistero! … (pag. 72)”. A questo proposito, non sono da sottovalutare le discussioni religiose con Padre Vittorio che dedica gli ultimi momenti della sua esistenza in un serrato colloquio con un Dio tanto amato, ma a volte faticosamente riconoscibile nelle dolorose situazioni terrene, nelle quali Bufalino esprime con vigore vitale, la tendenza di ogni essere vivente alla propria autoconservazione, in virtù della quale il protagonista guarisce inaspettatamente dalla malattia, ritornamdo fra gli uomini sani, con la consapevolezza della sua vicinanza continua della morte. A questo concetto si riferisce il proverbio siciliano: “Ah, i destini degli uomini, una spugna bagnata li cancella, come una pittura (116)”.

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