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Tre piani / Eshkol Nevo ; traduzione dall'ebraico di Ofra Bannet e Raffaella Scardi
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Nevo, Eshkol

Tre piani / Eshkol Nevo ; traduzione dall'ebraico di Ofra Bannet e Raffaella Scardi

Neri Pozza, 2017

Abstract: Al primo piano di un condominio borghese abitano Arnon e Ayelet, due giovani genitori che ogni mattina prima di andare al lavoro lasciano la figlia Ofri agli anziani dirimpettai, Ruth e Herman, che l'accudiscono come se fosse la loro nipotina. Un giorno, però, Herman si ammala di Alzheimer e rapisce Ofri per un pomeriggio finché Arnon non li ritrova, ore dopo, distesi l'uno sull'altra, in un frutteto... Al secondo piano Cheni si sente molto sola. Suo marito Assaf è sempre all'estero per lavoro e non si interessa dei due figli piccoli. Normale che quando alla sua porta si presenta il cognato Avitar, chiedendole di ospitarlo per scappare ai creditori e alla malavita, la donna lo accolga a braccia aperte... Dvora, giudice vedova e in pensione del terzo piano, durante le proteste sociali dell'estate del 2011 ha conosciuto Avner. L'uomo le confessa un passato nei servizi segreti e le chiede di accompagnarla in uno strano viaggio nel deserto...

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Utente 9473
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Da un’intervista a Eshkol Nevo:

Domanda: Iniziamo dal titolo, “Tre piani”. Quanti significati può avere oltre a quello più ovvio e realistico, dei tre piani della casa?
Risposta:Non era una cosa voluta, ma, mentre scrivevo il libro, mentre pensavo ai tre piani, mi sentivo come se mi stessi arrampicando in diversi piani di esistenza. Ho studiato psicologia e mi sono reso conto che stavo seguendo il modello freudiano entrando in diverse zone dell’Io- l’Es, l’Io e il Super-Io. Era interessante usare questo modello nel romanzo e scegliere che cosa succedeva in ogni piano. Quando ho finito il libro mi sono accorto, guardando i vari piani, che in ognuno c’era una lotta tra etica, immaginazione e impulsi, ed era quello che mi piaceva. D’altra parte questo è un libro contro cui ho lottato, non volevo scriverlo. Mi spaventava. Quando scrivevo di quello che succede al primo piano, mi si acceleravano i battiti del cuore - e io in genere sono calmo, sono un tipo freddo mentre scrivo. Quello che succede non è autobiografico, ci tengo a precisarlo, ma ho tre figlie e avevo paura di quello che succedeva, avevo paura della maledizione: se scrivi qualcosa, poi potrebbe accadere davvero. Avevo paura che, scrivendone, avrei creato quello di cui scrivevo. Dopo aver scritto del primo piano mi sono fermato, pensavo di interrompermi lì, poi no, ho deciso che dovevo andare avanti. E la terza storia è la più dura di tutte- nei primi due piani c’è ambiguità, può essere e può non essere successo, ma al terzo piano la storia è successa veramente e lo sappiamo, ne vediamo le conseguenze.

Domanda:Mi sono chiesta se il numero tre, così importante in tutte le culture, debba anche essere interpretato con il significato che mi pare abbia nella Kabbalah, associato alla lettera Ghimel - il movimento, la spinta ad uscire da se stessi e dalle proprie limitazioni, a migliorare e a crescere. Mi sembrerebbe perfetto per le tre storie.
Risposta:Interessante- no, non ci ho pensato. In “Soli e perduti” mi sono interessato della Kabbalah, ma in questo libro no, non ci ho pensato. Però posso offrire un’altra interpretazione per il numero tre, anche se mi è venuta in mente dopo: in ogni piano c’è più di una situazione a triangolo, e poi il numero tre è un numero dispari e i numeri dispari sono sempre meno equilibrati, indicano un qualcosa che non è perfettamente bilanciato.
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Davvero non si può restare indifferenti alla narrazione di Eshkol Nevo, secondo due fondamentali chiavi di lettura: la rappresentazione, come in un grande affresco, di scene di vita quotidiana in un borghese condominio nei dintorni di Tel Aviv, e l’analisi della dimensione interiore dei personaggi, che diventano emblemi esistenziali, connotati da aspetti ‘esportabili’ nell’esperienza dei lettori.
... e ho cominciato a piangere e fra un singhiozzo e l'altro ho provato a spiegare, non so cosa mi sta succedendo, nell'anima, c'è quella cosa che tiene uniti tutti i pezzi, la cosa che ricorda, che guida, che organizza, da cui tutto viene e a cui tutto va, un'essenza, quella cosa che è noi, una specie di spina dorsale ma non di ossa, è di sentimenti, capisci? (p. 150)

Ciascuna famiglia che abita in ognuno dei tre piani, a causa di fortuite circostanze che sovvertono gli abituali ritmi di vita, deve misurarsi con il caos interiore insospettabile e invisibile per chi si limitasse ad osservare le persone dall’esterno.
Ognuno dei protagonisti racconta la storia in prima persona a un interlocutore di volta in volta diverso, secondo modalità che richiamano la dinamica - più o meno cosciente - di una seduta psicoanalitica.

Capisci, Sigmund Freud era un uomo molto intelligente ma ieri sera, dopo aver terminato l’ultimo volume dell’opera omnia e averlo posato sul comodino, ho pensato che un errore l’ha fatto. I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia. Se non c’è uno cosí, a cui svelare segreti, con cui sciorinare ricordi e consolarsi,allora si parla con la segreteria telefonica, Michael. L’importante è parlare con qualcuno.
Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce. (p. 253)

Al primo piano della palazzina regna il principio di piacere: l'es
Arnon, lacerato dal dubbio di un comportamento morboso nei confronti della figlia Ofri da parte di Hermann, fino ad allora sempre corretto e disponibile nella cura della bambina, cerca invano di leggere la verità negli occhi assenti della bambina o di trovare spiegazione nei gesti oscuri di Hermann, colpito da Alzheimer.
Mentre si esprimono le pulsioni contrastanti nel suo intimo, i comportamenti egoistici e le latenti tensioni familiari, Arnon rappresenta l'inconscio, in un flusso di pensieri come impazziti verso un impossibile lieto fine. E il lettore rimane spiazzato e sospeso nella non-conclusione, secondo la tipologia del ‘finale aperto’ prediletto anche da Amos Oz, che fu maestro di Eshkol Nevo.

Al secondo piano della palazzina aleggia la voce di «barbagianni»: l'io
L’arrivo di Eviatar, cognato di Hani (tormentata dalla paura di impazzire, dopo il ricovero della madre in una struttura psichiatrica), in cerca di riparo in casa del fratello Assaf (spesso assente in viaggio per lavoro) per sfuggire ai creditori e ai malviventi truffati, costituisce un sollievo alla solitudine, ma suscita sofferte domande su di sé e sulla propria vita.
Hani rappresenta l'Io, costretto tra l’impeto dell'Es e le regole soffocanti del Super-Io,
"Servitore di tre padroni", secondo l'espressione di Freud, in quanto è il luogo in cui pulsioni, codici di comportamento e spinte del mondo esterno cercano una difficile convivenza.

Al terzo piano della palazzina vige un inflessibile rigore morale: il super-io
Dvora, giudice in pensione e vedova di Michael, da anni non vede il figlio Adar e per questo è lacerata da sensi di colpa radicati in un passato coniugale pieno di recriminazioni, sentenze e accuse. Attratta dalle manifestazioni di protesta giovanile a Tel Aviv, la donna trova il coraggio di confessare al marito, tramite una vecchia segreteria telefonica, tutto quello che non è riuscita a dirgli mentre era in vita.
Dvora è governata dal Super-Io, nel quale vengono interiorizzati tutti i codici di comportamento, le norme, i divieti, le dicotomie bene/male, giusto/sbagliato.

In tutti i Tre piani, le emozioni, il rammarico, la nostalgia dei personaggi fluiscono come onde, sono preda di istinti che si vorrebbe cancellare, ma non riconoscere gli istinti è più pericoloso che soccombervi, come dice Dvora. Ed Eshkol Nevo, a volte con brutalità espressiva, a volte con rasserenante lirismo, è maestro nell'indagare paure ed errori umani, debolezze e viltà, imposizioni di comportamenti formali che salvano le apparenze delle relazioni convenzionali, ma soffocano gli autentici sentimenti che tuttavia riaffiorano tra penose solitudini, conflitti interiori e rimpianti di un passato irrevocabile sì, ma sempre significativo in termini empirici.
E la lezione del vissuto riguarda soprattutto il valore dell'onestà intellettuale verso noi stessi e gli altri, valore da cui nasce la capacità di amare con benefica profondità:
Se mi chiedi cos'è l'amore, direi: la certezza che esiste, in questo mondo bugiardo, una persona completamente onesta con te e con la quale tu sei completamente onesta, e fra voi è solo verità, anche se non sempre dichiarata. (p. 202)
Una simile disposizione di mente e cuore implica l’accettazione dell’umana fragilità, riconosciuta come vitale opportunità da Dvora, il cui messaggio registrato per il marito può essere assunto come ‘morale’ di tutto il romanzo.

Utente 9473
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In aggiunta al commento sul romanzo, solo una notazione sul film che arbitrariamente mantiene lo stesso titolo: inguardabile.
Sarebbe forse accettabile con altro titolo e la precisazione "liberamente tratto da...."

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