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Parete Nord
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Rochette, Jean-Marc - Bocquet, Oliver

Parete Nord

L'ippocampo, 2021

Abstract: L'Ailefroide sfiora i quattromila metri, non si trova sulle nostre Dolomiti, né tantomeno in Himalaya o Patagonia, ma nel massiccio degli Écrins, nelle Alpi francesi. I grandi alpinisti hanno di tanto in tanto sfiorato quelle vette, qui hanno aperto alcune vie. È sognando le loro imprese che la montagna di casa si trasforma per Jean-Marc Rochette nel totem di un'adolescenza stretta tra il collegio e l'assenza del padre. Jean-Marc non perde occasione per eludere la sorveglianza del direttore della scuola e andare a scalare, o a rifugiarsi al museo a contemplare i quadri di Soutine, per sperimentare i propri limiti e tentare di riconciliarsi col mondo. Autobiografia crudele e sensibile, "Parete Nord" è un racconto iniziatico in cui le prove fisiche si fondono con quelle della vita. Ambientata negli anni Sessanta-Settanta, l'autore vi ripercorre la perpetua ricerca di uno spazio di avventura e di libertà fra le passioni che da sempre lo muovono: la montagna e il disegno.

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Utente 9473
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Nato nel 1956 a Baden-Baden, poi trasferitosi a Grenoble, Jean-Marc Rochette rivela ben presto un carattere insofferente alle regole imposte per convenzione, mentre coltiva due grandi passioni: una artistica per pittura e disegno (diventerà uno dei più apprezzati autori francesi di fumetti), l’altra naturalistica per le scalate in alta montagna nelle Alpi del Delfinato, in particolare sul massiccio degli Écrins, dove sogna di emulare le imprese di Walter Bonatti, Giusto Gervasutti, e di Victor Chaud.
“Parete Nord”, una delle vette dell’Ailefroide, è il titolo della graphic novel che in termini autobiografici rievoca l’adolescenza dell’autore, complicata e sanguigna, tanto simile a una scalata: dai 14 ai 21 anni, Rochette racconta la sua vita tra le Alpi, costretto a frequentare senza entusiasmo scuola e collegio con norme di condotta insopportabili, che lo pongono in rapporto conflittuale con la madre sola (vedova di un medico di guerra), compensate dai primi amori e da autentiche amicizie nate tra pareti rocciose e rifugi, mentre la Francia è percorsa da varie forme di proteste giovanili.
È dunque una sorta di romanzo di formazione a immagini, ma la dedica alla madre suscita qualche perplessità: si tratta della figura femminile biologica o allude alla natura minerale, fatta di vette e ghiacciai, neve e crepacci? Di fatto, la montagna ha generato in Rochette una nuova vita, una sorta di rinnovata venuta al mondo, in un contesto di autentici sentimenti e ideali.
Non meno importante come controparte materna - e non a caso compare nelle prime tre pagine del libro – è la tela di Chaïm Soutine [il cui cognome, anagrammato, significa “sostegno” (“soutien” in francese)] dal titolo Bue squartato (1925) esposto nel museo di Grenoble, che permise a Rochette la sopravvivenza negli anni censori del collegio e fu all’origine della sua vita adulta, in particolare nell’esercizio della professione dopo l’incidente ad alta quota in solitaria nel 1976.
Il senso di libertà donato dalla montagna e dalla natura è reso nel libro in virtù delle varie gamme cromatiche: mentre le mura domestiche, scolastiche e collegiali sono connotate da toni smorti e opachi, le pareti rocciose e i ghiacciai amplificano la luminosità abbagliante del cielo sconfinato. Anche quando la montagna è oscurata dal maltempo o è causa di disgrazia, i suoi toni cupi e bruni sono ben diversi dello squallore urbano, mantengono una potenza vitale e una maestosità che incute incondizionato rispetto. Il racconto di Rochette segue lo sviluppo cronologico del suo percorso di iniziazione alla vita senza ipocrisia e senza retorica, accompagnato dell’amicizia e dell’amore a sostegno dei momenti critici negli scontri generazionale e ideologico, nei dolori, infortuni, incidenti, morte. Le immagini, delineate con linee decise e tratteggio abbondante, dai colori eloquenti nel comunicare stati d’animo che coinvolgono il lettore, esprimono la ricerca di un riscatto esistenziale, dapprima verso l’alto, sulle vette, e poi verso l’altrove, verso l’America generosa di opportunità per un self made man, un giovane scalatore esperto e illustratore in erba.
La matita dell’artista bene rende la verosimiglianza dei volti dei personaggi, e in virtù dei chiaroscuri e del tratteggio conferisce loro espressività, ora vitale e sorniona (in particolare Sampè), ora drammatica e dolente (il giovane Rochette e la madre, i cui volti sono spesso segnati da un’ombra di tormento).
Il paesaggio alpino è reso in modi eloquenti da vignette a tutta tavola e da prospettive suggestive, che esprimono l’amore e il rispetto dell’autore per ogni balza, ogni punta aguzza, ogni pietra e ogni superficie nevosa, che emanano una bellezza senza paragoni.
Pienamente condivisibile il pensiero di Paolo Cognetti che nella prefazione evidenzia la priorità della componente narrativa e letteraria rispetto a quella sportiva e alpinistica: “è raro trovare buoni libri nella letteratura d’alpinismo. Eppure da sempre gli alpinisti scrivono, fa parte del loro mestiere. (…) Però, tra tutti questi avventurieri con la penna in mano, non ce n’è uno che si sia rivelato anche un grande scrittore. (…) Forse succede perché i grandi alpinisti hanno una sfiducia di fondo nel potere della parola. In montagna si parla poco e niente. E dentro di sé sembrano sempre sentire che la parola è insufficiente a trasmettere ciò che hanno vissuto, e che all’intensità dell’esperienza la scrittura non può arrivare. (…) Ci voleva qualcuno come Jean-Marc Rochette, che invece fosse prima di tutto un narratore, e solo poi un alpinista (è lui stesso, nel corso di questo libro, a stabilire questa priorità). Qualcuno mosso dalla fede che la parola, e il disegno nel suo caso, nelle mani di un artista possano arrivare dappertutto. Del resto a cos’altro dovrebbe ambire, la letteratura, se non a raccontare l’esperienza umana sulla Terra?” (p. 4).
Avvincente come ogni racconto di formazione mai nostalgico, bensì schietto, sincero, misurato nell’intreccio tra i sentimenti umani con l’amore incondizionato per la montagna che tanto può insegnare delle difficoltà della vita, Parete Nord presenta la montagna come una categoria esistenziale per chi sia alla ricerca della propria identità e del senso della vita, intessuto sia di faticose prove, sia di conferme soddisfacenti.
Ancora sui banchi di scuola, il giovane Rochette trova confortante sostegno nell’immaginazione: "Quando non potevo scappare, restavo a studiare con gli altri. Ma scappavo con le descrizioni delle pareti nord, dei canaloni vertiginosi, delle grandi vie. I nomi degli alpinisti celebri, Rébuffat, Lionel Terray, Bonatti, risuonavano in me come quelli di Ettore e Achille, e i racconti delle loro ascensioni come altrettanti poemi epici".
Scalata e alpinismo sono per Rochette un modo per affrontare la propria esistenza e le sfide che questa offre ogni giorno: la fatica della salita insegna la resistenza e la resilienza, il sacrificio e la capacità di non abbandonarsi, di rialzarsi sempre e procedere, fidandosi sia delle proprie risorse, sia dei compagni di escursione.
Rochette, però, come scrive Cognetti, “decide di non tagliare fuori dal suo racconto la pianura, come di solito gli alpinisti fanno”: di conseguenza, dal contrasto tra due mondi, quello del silenzio e quello della frenesia relazionale, crea una storia fondata sui rapporti umani, anche se conflittuali come quello con la madre, o quello con la realtà scolastica, come inutile carcere incapace di risvegliare interessi autentici. Invece, gli amici veri e i compagni di scalata nella sfida alle vette più impervie, permettono a Rochette di esprimere la propria voce nell’arte figurativa e nel racconto.

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