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Il paese delle nevi / Yasunari Kawabata
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Kawabata, Yasunari

Il paese delle nevi / Yasunari Kawabata

Torino : Einaudi, c2002

Abstract: Capolavoro di inesprimibili e struggenti stati d'animo, Il paese delle nevi può essere considerato un piccolo poema in prosa, dove amore e morte si intrecciano in un'atmosfera di diffusa malinconia e di incombente tragedia. Il «paese delle nevi» è il paradiso terrestre sulla costa occidentale della maggiore isola del Giappone, dove la neve è alta quindici piedi, e, in un suggestivo luogo di villeggiatura, si trova una rilassante stazione termale. In questa scena si dipana la storia di Shimamura, ricco e raffinato esteta, e di Komako, geisha delle terme. Komako fa parte di una categoria di geishe assai diversa da quella che abita in città: le cortigiane del paese delle nevi non potranno mai diventare famose musiciste o danzatrici, penetrare tra le quinte della politica o degli affari: il loro destino è quello di maturare tra gli incanti e la corruzione del «paradiso», perpetuamente dedite ai signori che, secondo la tradizione, salgono alle terme per trovarvi il riposo perfetto. L'incontro di Shimamura e Komako è dunque un incontro d'amore, ma da esso non nascerà che un gioco di trasporti continuamente rattenuti, rinfocolati, destinati a svanire, in un paesaggio di sogno, dove le chiacchiere discrete degli alberghi e la ricerca della bellezza costituiscono un ricamo ripetuto, sempre fascinosamente elusivo. *trt1*

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La vicenda, lineare e semplice, si snoda in un luogo immacolato, uno scenario naturale talmente puro da sembrare irreale. Durante il soggiorno alle terme, Shimamura, ricco esteta che si diletta con l’arte teatrale ed il balletto, viene rapito da un turbine di suggestioni legate al paesaggio e vive una storia d’amore (forse mai iniziata): è onesto e gentile, ma ha una moglie in città che lo aspetta e l’amore improvviso nato per una geisha delle montagne lo indurrà ad abbandonare le illusioni che tali dovevano rimanere.
Komako è la ragazza che suona il shamisen meglio delle altre; geisha per pagare le cure di un uomo che non è mai stato suo fidanzato. È capace di tanta devozione e di notevoli gesti di generosità, ma non ha avuto fortuna nella vita. La geisha del piccolo borgo di montagna, ben diversa da quelle di Tokyo, si aggira coi pantaloni da montagna e di sera presta servizio negli alberghi.
Yoko, invece, è figura misteriosa, quasi impalpabile, che aleggia come un fantasma senza rivelare quasi nulla di sè, neppure negli istanti finali quando tutto è pronto a crollare lasciando intatta la Via Lattea nel cielo, come un ponte che non si riesce mai ad attraversare.

Una natura splendida intorno, riscatto da ogni turpitudine, luogo dove librare lo sguardo, abbandonare il cuore e in cui, alla fine, tutto si dissolverà in immagini filtrate attraverso un racconto finemente psicologico, dove tutto è anelito e desiderio, senza mai sfociare in una volgare quotidianità. Tutto si mantiene sotto una linea di apparente nitidezza e semplicità, desunta dalla cultura Zen. Apparente però: se si legge tra le righe, si scorgono immagini complesse, incresciose, angoscianti, in una tensione secondaria, sommersa, ma non silente. Le figure e lo sfondo non avevano alcuna affinità tra loro, e lo sfondo, vago nell’oscurità, si mescolavano in una specie di mondo simbolico, ultraterreno. Specialmente quando una luce spersa tra i monti brillava al centro della faccia riflessa della ragazza. Shimamura sentiva gonfiarsi il petto per quell’inesprimibile bellezza (pag. 15).

Mentre la Natura con semplicità e magnificenza esiste, l’uomo si sforza di vivere, ogni individuo a modo proprio; più volte torna nel testo il giudizio dell’ozioso Shimamura sullo sciupo di energie e lo sforzo inutile della geisha Komako, che scrive il suo diario, legge e ricopia i dati di tutti i libri letti, con estrema volontà affina da sola l’arte dello shamisen, e soprattutto s’impegna ad accettare e a volgere al meglio il destino d’ombra che le è toccato. Aveva una sensazione di vuoto per cui la vita di Komako gli pareva bella ma sciupata, anche se era lui l’oggetto del suo amore; eppure l’esistenza della donna, il suo sforzo per vivere, lo commuovevano come una pelle nuda. Aveva compassione di lei, e compassione di se stesso.
Anche la loro relazione è sempre minacciata dal fantasma dello sforzo inutile: nasce, langue e si protrae in continui ripensamenti, accessi febbrili, fughe, concessioni, sublimazioni, che sin dal primo incontro dei due amanti ne predicono la fine. Così come la prima, fugace apparizione dell’altra geisha, Yoko, e il ripetuto ricordare il tono triste della sua voce che la rende così unica e fascinosa, sono echi che giungono da un futuro troppo prossimo che la vedrà sfiorire. Infine, come le foglie d’acero e il loro rosso acceso, che colorano l’ultima visita di Shimamura a Komako nel paese delle nevi, cedono il posto alla neve e a un nuovo inverno, gli uomini e la Natura, pur con differenti consapevolezze, sono vittime della caducità delle cose.

Il Paese delle Nevi contiene in sé una notevole ricchezza di elementi stilistici: in primo luogo, la tecnica del flusso di coscienza è dilatata ai suoi estremi visionari: Kawabata si è mostrato più volte interessato alla psicanalisi e alle tecniche narrative che rappresentavano il fluire del pensiero, in particolare alle libere associazioni. Questo era in linea con i movimenti d’avanguardia, tesi alla liberazione dalla tirannia dei codici del linguaggio prestabiliti. La sintassi si fa breve, spezzata da continui capoversi, acuisce ancor più il senso di frammentazione e incertezza che la storia racconta. Evoca immagini e stati d’animo, accostati senza alcuna correlazione, spesso in modo illogico e ripetitivo. Anche questo espediente sembra voler ricreare il senso di caos, di vuoto, di un cosmo senza senso, non fine a se stesso, nell’intento di aprire la mente al vuoto per acuire una percezione più profonda e più partecipe della realtà.

Frequente è il ricorso alla tecnica delle epifanie per rivelare appieno l’essenza di una situazione o di un personaggio. L’origine delle descrizioni rivelatrici è radicata nella sensibilità spiccatamente giapponese, che induce l’autore a cogliere la bellezza, ma anche la caducità insita nei singoli eventi e oggetti dell’universo.
In questi tratti, cioè nell’epifania, nelle immagini non correlate, nella fusione dell’io nel tutto, diversi studiosi hanno sottolineato l'armonico intreccio tra elementi moderni e la sensibilità spirituale tradizionale e buddista. Kawabata è fortemente influenzato dalla religiosità giapponese, in un delicato equilibrio tra scintoismo e buddismo, in un rapporto privilegiato tra la contemplazione e l’assimilazione agli elementi naturali. La compenetrazione tra uomo e natura assume nella sua prosa un significato sacrale, quasi magico perché è in essa che l’animo umano si riflette, in un rapporto di forte empatia, raggiungendo visioni idilliache di se stesso. Da non sottovalutare è la digressione sul tessuto Chijimi per Kimono, il cui filo veniva filato nella neve, e la stoffa tessuta nella neve, lavata nella neve e imbiancata nella neve (pag. 126): tra metafore e descrizioni nostalgiche di tempi passati, ormai irrecuperabili, Kawabata Yasunari esprime il senso supremo della fine di tutto, della malinconia, della morte, come un panno steso sulla candida neve, nell’atmosfera di un Giappone dalla rara delicatezza e bellezza, secondo l’immagine delineata nel discorso pronunciato per il Nobel: “Io del bel Giappone” (tradotto da Maria Teresa Orsi: La bellezza del Giappone ed io (per curiosità: il secondo premio Nobel giapponese, Kenzaburo, nel 1994 intitolò il suo discorso L’ambiguità del Giappone ed io)

Lo scritto di Kawabata si apre con un omaggio alle poesie del maestro zen Dogen (1200-1253) che scrisse: In primavera i fiori di ciliegio / In estate il cuculo / In autunno la luna / E in inverno la neve / Limpida e gelida; e del monaco Myōe (1173-1232) che non si limita a descrivere la luna, ma si confonde con essa, immergendosi nella natura, in un tutt’uno con essa: Oh luna d’inverno / che appari e scompari fra le nuvole, / che illumini i miei passi / mentre vado e torno dal tempio,/ che mi liberi dalla paura dei lupi, / non ti pervade il freddo del vento,/ non avverti il gelo della neve?.

Kawabata sceglie queste poesie quale esempio di tenero e profondo sentimento di partecipazione dell’universo, come poesia che ha in sé la profonda delicatezza dell’animo giapponese. Neve, luna, fiori di ciliegio sono espressioni tipiche della bellezza universale e che includono anche le emozioni umane, perché l’emozione della bellezza risveglia sentimenti di simpatia e affetto verso le persone, nel desiderio di condividerne la gioia provata. Riferendosi alla cerimonia del tè scrive che lo spirito più profondo è nel pensare agli amici quando è il tempo della neve, della luna, dei fiori di ciliegio, in un’occasione perfetta in cui si incontrano gli amici: un incontro di sentimenti. Il professor Yashiro Yukio, esperto di arte orientale e occidentale,antica e moderna, (...) ha detto che una delle caratteristiche dell’arte giapponese puo essere sintetizzata in una sola frase poetica: Pensare agli amici quando e il tempo della neve, della luna e dei fiori di ciliegio.Quando vediamo la bellezza della neve, quando vediamo la bellezza della luna, in breve, quando apriamo gli occhi sulla bellezza dei singoli momenti nel corso delle stagioni e ne siamo sfiorati, quando abbiamo la fortuna di venire a contatto con la bellezza, allora pensiamo agli amici piu cari (...); insomma l’emozione della bellezza risveglia in noi la simpatia, l’affetto per le persone. In questo caso, penso che “amico possa essere letto in senso piu ampio, come “essere umano. Ancora, le parole che esprimono la bellezza dei singoli momenti nel corso delle stagioni, “neve, luna, fiori di ciliegio” per tradizione in Giappone sono diventate parole che indicano la bellezza di monti e fiumi, erbe e piante, di tutta la natura, dell’universo intero, e che includono anche le emozioni umane.

E se il tempo è cristallizzato, la vita umana scorre tra la vita e la morte, tra l’illuminazione ed il mondo difficile dei demoni: senza il mondo dei demoni non esiste il mondo del buddha.[…] È stato detto che le mie opere sono nichiliste, ma la parola occidentale nichilismo non è appropriata. Penso che le basi spirituali siano diverse. La poesia di Dogen si intitola Spirito originario, ma pur cantando la bellezza delle quattro stagioni è profondamente percorsa dallo spirito zen.
Scrivere della visione zen a questo punto è cosa del tutto naturale, nel mondo in cui non esiste il culto delle immagini ci si allontana dal sé e si entra nel regno del nulla. Il nulla è il vuoto in cui tutte le cose comunicano liberamente, è un universo dello spirito, infinito assoluto senza confini, senza limiti.

Continua poi nel percorrere le strade della pittura, dell’architettura dei giardini giapponesi fino alla concentrazione massima nel “bonsai”, dalla ceramica all’ikebana, l’arte di disporre i fiori, cristallizzando la descrizione di un tralcio di glicine che ispira la partecipazione emozionale, il sentimento conosciuto come mono no aware (物の哀れ), termine che significa letteralmente il sentimento delle cose e indica la consapevolezza della precarietà delle cose ed il lieve senso di rammarico che comporta il loro trascorrere. La forma verbale aware può essere tradotta come provare pietà o dolersi. Così, Yusunari Kawabata, lascia libero il lettore di fantasticare sulla sincerità dei sentimenti e la passionalità di personaggi nell’angosciosa ricerca di se stessi.

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