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Elogio della mitezza e altri scritti morali / Norberto Bobbio
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Bobbio, Norberto

Elogio della mitezza e altri scritti morali / Norberto Bobbio

Milano : Pratiche, 1998

Abstract: Questa raccolta, con la varietà dei temi affrontati, vuole essere un compendio del pensiero di un uomo dalla grande figura morale, intellettuale e politica. In Elogio della mitezza, Etica e politica, Ragion di stato e democrazia, La natura del pregiudizio, Eguali e diversi e negli altri saggi si trovano i punti chiave della sua visione del mondo, improntata a un'assoluta lucidità e a un grande slancio ideale, ma lontana dall'irrazionalismo e dai facili spiritualismi.

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L’elogio della mitezza, pubblicato per la prima volta nel 1994, ampliato nel 1998, riedito nel 2014 in occasione del decennale della scomparsa di Bobbio, è una silloge di saggi preziosi per chiunque sia attento e interessato alle attuali questioni etico-politiche, tanto articolate e complesse da suscitare dibattiti controversi, ai quali è doveroso partecipare secondo le responsabilità di ciascuno, a patto che non manchino competenza e serietà culturale. E in questo volume il lettore trova riferimenti, concetti, spunti di riflessione di notevole profondità, in virtù della lucida e rigorosa analisi filosofico-politica condotta da Bobbio.
Prima di tutto, l’autore spiega il motivo della sua predilezione per la mitezza, riportata nella sfera dell'agire pubblico, e associata alla ricerca della giustizia. Scrive Bobbio: Nel versetto delle beatitudini (Matteo 5,5) che in italiano suona “Beati i miti perché erediteranno la terra“, il testo latino della vulgata ha “mites“ e non “mansueti“. [...] “mansueto“, almeno originariamente, è detto di animali e non di persone, anche se poi in senso traslato si dice anche di persone. [...] Direi che la mitezza vada più in profondità. La mansuetudine sta più alla superficie. O meglio, la mitezza è attiva, la mansuetudine passiva. Ancora: la mansuetudine, virtù individuale, la mitezza, virtù sociale. Sociale proprio nel senso in cui Aristotele distingueva le virtù individuali, come il coraggio e la temperanza, dalla virtù sociale per eccellenza, la giustizia, che è disposizione buona rivolta agli altri (mentre coraggio e la temperanza sono disposizioni buone soltanto nei riguardi di se stessi). [...] la mitezza è invece una disposizione d’animo che rifulge solo alla presenza dell’altro: il mite è l’uomo di cui l’altro bisogno per vincere il male dentro di sé.

La mitezza consiste nel lasciare essere l’altro quello che è.
Bobbio introduce poi la distinzione tra virtù forti e virtù deboli. Le prime (tra cui il coraggio, la fermezza, la generosità) sono virtù “regali”, aristocratiche, virtù pubbliche. Le virtù deboli (come l'umiltà, la moderazione, il pudore e, appunto, la mitezza) sono piuttosto virtù proprie dell'uomo privato, dell'insignificante, dell'inappariscente, di chi nella gerarchia sociale sta in basso, non detiene potere su alcuno, talora neppure su se stesso.
Tra tutte, la mitezza è virtù per eccellenza, da praticare anche in politica: Amo le persone miti, perché sono quelle che rendono più abitabile questa “aiuola”, tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantastica e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, dove regna una giustizia tanto rigida e severa da diventare insopportabile, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale.
Sono parole controcorrente ai nostri giorni, connotati da preoccupanti manifestazioni quotidiane di violenza, aggressività, supponenza che inducono a considerare gli altri solo come avversari da prevaricare, se non da eliminare, e a ritenere vergognosa debolezza qualsiasi atteggiamento ispirato a mitezza.
Nel definire il concetto di mitezza quale virtù civica, Bobbio specifica: opposte alla mitezza, come la intendo io, sono l’arroganza, la protervia, la prepotenza, che sono virtù o vizi, secondo le diverse interpretazioni, dell’uomo politico. La mitezza non è una virtù politica, anzi è la più impolitica delle virtù. In una accezione forte della politica, nell’accezione machiavellica o, per essere aggiornati, schmittiana, la mitezza è addirittura l’altra faccia della politica…Anzitutto la mitezza è il contrario dell’arroganza, intesa come opinione esagerata dei propri meriti, che giustifica la sopraffazione…a maggior ragione la mitezza è contraria alla protervia, che è l’arroganza ostentata…la virtù ostentata si converte nel suo contrario. Chi ostenta la propria carità manca di carità. Chi ostenta la propria intelligenza è in genere uno stupido… A maggior ragione la mitezza è il contrario della prepotenza…la prepotenza è abuso di potenza non solo ostentata, ma concretamente esercitata.
Questa virtù affonda le proprie radici nei concetti di medietas, di aurea mediocritas elaborati da filosofi e poeti latini, da Cicerone, al poeta Orazio, al filosofo Seneca fino agli imperatori intellettuali come Adriano e Marco Aurelio. Ecco il motivo per cui Bobbio parla della mitezza come una scelta storica, una reazione propositiva rispetto alla visione di una società violenta. E parla un linguaggio pacato, lucido e rigoroso, alieno dai toni impositivi e dogmatici: Di fronte ai grandi problemi mi ritengo un uomo del dubbio e del dialogo. Del dubbio, perchè ogni mio ragionamento su una delle grandi domande termina quasi sempre, o esponendo la gamma di possibili risposte, o ponendo ancora un’altra grande domanda. Del dialogo, perchè non presumo di sapere quello che non so, e quello che so metto alla prova continuamente con coloro che presumo sappiano più di me. Questo orientamento favorisce il coinvolgimento del lettore, che si sente chiamato a una riflessione condivisa con i maestri del pensiero e con altri lettori sensibili alle problematiche trattate, senza presunzione di autoreferenzialità.
Il rapporto tra morale e politica è stato ampiamente discusso nei secoli, ma ha assunto un’importanza spinosa con Machiavelli, Hobbes, Kant, configurandosi a volte come dualismo, a volte come unità concettuale, altre ancora come entità diametralmente opposte e contraddittorie.
Secondo Bobbio, l’uomo politico, nel significato etimologico del termine, cioè di uomo della polis, non può non agire e pensare eticamente, non può assumere decisioni anticipando i propri interessi a quelli della collettività. Invece, poiché nella realtà fattuale accade il contrario, Bobbio propone la mitezza come antidoto alla politica distruttiva e come presupposto per un mondo migliore, in quanto la mitezza è un modo di essere verso l’altro, una donazione senza limiti (in questo consiste la differenza rispetto alla modestia e all’umiltà, che sono una disposizione verso se stessi, e rispetto alla tolleranza che ha sempre limiti obbligati e prestabiliti).
Di fondamentale importanza è non equiparare la mitezza alla remissività: il remissivo è colui che rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione. Il mite, no: rifiuta la distruttiva gara della vita per un senso di fastidio, per la vanità dei fini cui tende questa gara, per un senso profondo di distacco dai beni che accedono la cupidigia dei più…il mite non serba rancore, non è vendicativo, non ha astio contro chicchessia…non apre mai, lui, il fuoco; e quando lo aprono gli altri, non si lascia bruciare, anche quando non riesce a spegnerlo. Attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità. Il mite è un uomo tranquillo, ma non remissivo…la mitezza non è nè sottovalutazione nè sopravvalutazione di sè, perchè non è una disposizione verso se stessi ma è sempre un atteggiamento verso gli altri e si giustifica soltanto nell’essere verso l’altro.

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