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Il taglio del bosco ; Rosa Gagliardi ; Le amiche / Carlo Cassola ; introduzione di Giorgio Bassani
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Cassola, Carlo

Il taglio del bosco ; Rosa Gagliardi ; Le amiche / Carlo Cassola ; introduzione di Giorgio Bassani

Milano : Rizzoli, c1980

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Protagonisti della vicenda narrata sono cinque boscaioli, impegnati su un monte della Maremma toscana nell’abbattimento selettivo di alberi, sotto la direzione del trentottenne Guglielmo, che ha ottenuto il diritto per eseguire i lavori lungo l’arco di un’intera stagione lavorativa, comprendente autunno e inverno.
I taglialegna sono presentati nella loro quotidianità lavorativa, intessuta anche da momenti di condivisione durante la cena, le partite a carte, i racconti fantasiosi del più loquace del gruppo, ma è il non-detto che attrae il lettore, in particolare dal personaggio di Guglielmo, la cui esistenza è condizionata dolorosamente dalla morte della moglie, avvenuta solo tre mesi prima: in particolare, si convince che ella pareva volesse confidargli qualcosa, ma senza esprimersi esplicitamente. Il suo dolore si ripresenta nei momenti più impensati, nonostante la fatica del lavoro, alimentato anche dal pensiero delle due figlie, lasciate in paese e affidate alla custodia alla sorella. Discutendo con i compagni, Guglielmo partecipa alla vita del gruppo, e scopre che anche gli altri soffrono preoccupazioni, ma nessuno di fatto riesce a esprimere le proprie sensazioni con parole adatte al proprio stato d’animo, forse per ritegno e riservatezza, o forse per mancanza di risorse verbali ed espressive.
Giorgio Bassani scrive nell’introduzione al testo, che nel romanzo di Cassola vige la poetica in base a cui nulla veramente accade che possa essere raccontato, e ogni sentimento, per quanto profondo e doloroso sia, in realtà è ineffabile. Proprio questa è l’essenza del messaggio di Cassola: l’impossibilità di condividere a parole il proprio dolore, che è ineluttabile. Guglielmo è consapevole della necessità di superare la difficile situazione contingente, e tenta una disperata reazione alle afflizioni che il lutto gli infligge, ma è ostacolato da impedimenti inevitabili nel lungo percorso di elaborazione: disperazione, tristezza, riflessioni intorno all’amarezza di un’esistenza segnata dalla irreparabile perdita, fino a sperimentare il desiderio di morte. Nemmeno nel ricordo della felicità passata prova consolazione, anzi: si acuisce la pena interiore tanto più opprimente quanto più inespressa. A parte un isolato momento di svago giocando a palle di neve, tutta la sua esperienza rimane circondata da un velo di oscurità interiore: avrebbe potuto consolarsi pensando che, malgrado tutto, dieci anni della sua vita era stato felice: ci sono delle persone a cui non tocca un giorno di felicità nella vita! Ma in effetti per Guglielmo quei ricordi non erano piú belli, non gli causava piú piacere richiamarli alla memoria. Era stata una felicità menzognera la sua, una felicità fondata sull’ignoranza e sull’inganno. Gli anni che sembravano i piú belli della sua vita, avevano invece preparato la sua sventura. (pp. 75-76)
Se il passato è irrecuperabile, e il presente tanto doloroso, l’avvenire non comporta per Guglielmo attrattiva alcuna: per questo, vorrebbe arrivare al nulla: sentire nulla, avere nulla, far passare gli anni e ritrovarsi più vicino alla morte. L’unica possibilità consiste nel lavorare incessantemente, o dormire molto per non poter pensare: Quando Guglielmo sentiva il sonno venire, era contento, perché per qualche ora sarebbe stato liberato da ogni pensiero, e perché un altro giorno era passato. (p. 60).
Quando Guglielmo viene colpito da una forte febbre, simile a quella subìta dalla moglie prima di morire, nel delirio rivive gli ultimi momenti della moglie, abbandonandosi anch’egli al desiderio di morire. Tuttavia pensa a Fiore che, pur rimasto completamente solo dopo aver perso l’unico figlio, continua a vivere con coraggio. Guglielmo allora si riprende, convinto di essere più fortunato di Fiore, grazie alle sue due bambine.
A conclusione del taglio, il protagonista torna al paese d’origine, si reca alla tomba della moglie Rosa, pregandola perché gli permetta di placare i suoi turbamenti nella rassegnazione, ma la conclusione della vicenda non si apre alla speranza, né alla retorica soluzione di un riscatto. Nel finale, Guglielmo è disperato, steso per terra; quando si rialza, in seguito all’incontro con un personaggio ignoto, guarda in alto, chiedendo alla moglie defunta consolazione, ma il cielo si mostra privo di stelle: nemmeno la natura salva l’uomo, solo vuoto.
Natura boschiva e dilemmi esistenziali: sono questi i due filoni narrativi del romanzo breve, ma colmo di riflessioni, spesso implicite, che Cassola offre al lettore. I passaggi naturalistici non sono mai convenzionali né banali: se non mancano aperture contemplative e quasi idilliache, predominante rimane la dimensione del dominio umano sul bosco, soggetto a tagli predisposti secondo criteri di salvaguardia e benessere per il bosco stesso, ripulito e aperto più ampiamente ai benefici agenti atmosferici, e per gli uomini che di quel legname vivono. In apparente paradosso, Cassola allude a una verità inestirpabile dalla esistenza animale e vegetale: condizioni di vita migliori si ottengono attraverso la sofferenza, che pure incute timori e smarrimento. Tali stati d’animo, però, se restano vincolati ai limiti contingenti, diventano oppressivi, annichiliscono energie vitali e conducono al nulla di una morte considerata fine di tutto, un abisso di spaventoso vuoto.
Sono questioni trattate nel corso dei secoli, in diverse modalità dalla cultura filosofica, letteraria e artistica, di àmbito sia laico sia religioso, questioni incentrate sul concetto di speranza che non può essere scisso da due condizioni fondamentali nella realtà umana: dolore e amore. Se per Leopardi la speranza nasce dalla disperazione stessa, e per Kierkegaard la speranza è la passione del possibile, per Sant’Agostino è memoria del futuro, in quanto si può sperare solo ciò che non si vede (se speriamo quello che non vediamo, lo aspettiamo con perseveranza), ciò che si attende, ma nel rigoroso discernimento dei vari generi di speranze. Quelle volgari, legate solo alla dimensione terrena, non riusciranno mai a soddisfare l’animo dell’uomo, perché ricevendo ciò che sperava, non si sente appagato, anela ad altro, in una successione infinita di attese e delusioni. Allora, se è giusto riporre speranze, ad esempio, nei figli e nei figli dei figli, proiettando pensieri e sentimenti nel futuro, sarebbe non solo riduttivo, ma anche rischioso eludere la dimensione metafisica che assume il valore di legge etica per il laico e per il credente di fede in Dio, prova delle cose che non si vedono – per citare ancora Sant’Agostino.

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